Il primo… non si scorda mai

Come ribadito più volte, la necessità di un cacciatore di emozioni sta nel dover raccontare qualcosa per creare un ricordo, un’immagine che rimanga per sempre. In cima a tutti i ricordi che amiamo visitare di tanto in tanto, troviamo sicuramente le giornate importanti, quelle belle e significative in cui tutti quelli che ci vogliono bene sono lì con noi, a festeggiare qualcosa che cambierà la nostra vita. Di eventi così ce ne possono capitare diversi, ma quello più romantico e bello da raccontare è sicuramente il Matrimonio. Non voglio entrare troppo nello specifico, perché il significato che diamo a questa parola e al suo concetto può variare e assumere infinite sfaccettature da persona a persona. Di certo c’è che si tratta di un evento assolutamente felice ed emozionante. Tutti siamo stati ad almeno un matrimonio, e tutti abbiamo fatto delle fotografie, con il telefono, la compattina o la Polaroid, con l’automatica di papà o la reflex nuova. Lo scopo finale è sempre lo stesso: fissare un istante nel tempo.
La prima volta che mi è capitato di fotografare un Matrimonio con un occhio un po’ più concentrato è stato il 30 settembre del 2012, quando Valentina e Massimiliano, due amici che conosco da molto tempo, mi invitarono alla loro unione. In quel periodo la fotografia non era ancora il mio lavoro al cento per cento. Un paio di settimane prima avevo assistito al matrimonio di mia cugina che mi aveva proposto di essere il loro fotografo. Rifiutai. Già, perché non me la sentivo di prendermi sulle spalle una simile responsabilità, non ero pronto e non avevo l’esperienza necessaria, ma soprattutto il rischio di rovinare un ricordo così bello era un pensiero troppo pressante. Sapevo che non avrei vissuto l’esperienza in modo tranquillo, stavo studiando in ogni momento libero, ma davanti a me vedevo ancora una salita piuttosto lunga. Mia cugina infine ascoltò il mio suggerimento e scelse un fotografo professionista, ed io portai comunque con me la macchina fotografica, facendo ben attenzione a non disturbare il lavoro del fotografo. Nonostante avessi chiarito la scelta di essere un semplice invitato, mi sentivo comunque in soggezione ogni volta che inquadravo gli sposi, così decisi di lasciar perdere, e a parte qualche scatto con parenti e amici non portai a casa molto altro. Quell’esperienza suonava come una sconfitta: non ero riuscito nel mio intento, mi ero bloccato, forse proprio perché mi avevano chiesto di fare un qualcosa per cui non ero ancora pronto, troppo umile per buttarmi, troppo poco stupido per non comprendere l’impegno che avevo davanti. Ero comunque consapevole che la scelta fatta era stata quella giusta, ma qualcosa di stonato nella mia testa mi dava ancora fastidio: mi ero autoinibito, troppo concentrato sul non diventare il classico “Cugino Fotografo”, figura mitologica che da sempre infesta le leggende delle cerimonie. Due settimane dopo c’era il matrimonio di Valentina e Massimiliano e decisi di portare nuovamente la macchina fotografica, anche se ancora nelle vesti di invitato, e fortunatamente stavolta gli sposi avevano scelto un altro professionista senza interpellarmi, così mi sentii libero di girovagare e di scattare durante tutto il giorno, facendo sempre comunque attenzione a non intralciare. L’impatto su di me fu abbastanza interessante, era la prima volta che potevo concentrarmi sulle emozioni in modo del tutto indisturbato, anche se le difficoltà c’erano e non erano da poco. Innanzitutto, non essendo io il professionista al lavoro, volendo evitare di distrarre e disturbare non potevo usare il flash, e avrei inoltre incasinato i flash del fotografo. La luce era poca, come spesso accade nelle chiese, inoltre quel giorno pioveva. Dei nuvoloni scuri avevano riempito il cielo di Roccagorga, un paesino in provincia di Latina con poco più di 4000 anime, un po’ arrampicato sulle colline che si stagliano tutto intorno. La sposa decise di raggiungere la chiesa a piedi, accompagnata dal papà e dagli altri parenti stretti che l’aiutavano con gli ombrelli ed il velo. Già in quel momento si sentiva la tensione nell’aria, tutto stava per cominciare e gli invitati correvano in chiesa, un po’ per ripararsi dalla pioggia, un po’ per non farsi trovare li fuori all’arrivo della sposa. Fui uno degli ultimi a rientrare, dopo aver scattato la prima foto di quel giorno, che probabilmente rimase come una delle più significative di quel “mio” primo matrimonio. Tra i fotografi (o per meglio dire fotoamatori) che non scattano abitualmente in simili cerimonie, sentivo spesso dire cose tipo “Non mi piace fotografare matrimoni” o “…che noia”. Dopo quella mia prima volta, mentre guidavo tornando a casa, ricordo di aver pensato che non solo mi ero divertito, ma avevo anche fotografato qualcosa di nuovo e stimolante: era tutto lì, era tutto vero, non si doveva far altro che raccontarlo. In quella giornata si imprimeva per sempre dentro me il desiderio di raccontare altre giornate come quella. Avevo un nuovo obbiettivo da raggiungere e qualcosa di nuovo da iniziare a studiare.
…siamo cacciatori di emozioni, e la nostra stagione è sempre aperta.

Stefano D'offiziIl primo… non si scorda mai

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